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Lazio

30 ottobre 2012

Il Cinema incontra l’Università: lezioni di cinema per gli studenti

http://www.controcampus.it/wp-content/uploads/2012/10/lindustriale-giuliano-montaldo-pierfrancesco-favino-foto-dal-set-1_mid-300x200.jpgGrazie a un’iniziativa dell’Assessorato alla Cultura, Sport, Politiche Giovanili e Turismo della Regione Lazio insieme ad Anec Lazio sono state organizzate una serie di lezioni di cinema a seguito di proiezioni cinematografiche riservate agli studenti universitari di ogni facoltà. Le proiezioni-lezioni si terranno fino a venerdì 23 novembre in varie sale cinematografiche della città di Roma con ingresso gratuito per gli studenti ma anche per i cultori, docenti o esperti in ambito cinematografico. Su www.aneclazio.it o sui siti degli atenei romani si trova l’elenco dei film in programma.

Le prime lezioni si sono tenute lunedì 22 ottobre, con la proiezione del film Diaz-Don’t clean up this blood, martedì 23 ottobre con il film La kriptonite nella borsa e oggi, 29 ottobre, con la proiezione del film drammatico L’Industriale.

Le proiezioni dei film sono seguite da un dibattito nel corso del quale gli studenti potranno dialogare direttamente con i  vari registi, sempre presenti durante e dopo le proiezioni, per parlare insieme delle tematiche affrontate. Inoltre nel corso degli incontri i giovani avranno l’occasione di porre domande e confrontarsi con i registi anche riguardo ad altri aspetti legati al film in quanto prodotto, dal montaggio alla scelta dei colori o dell’ambientazione al linguaggio utilizzato.

Siamo stati alla proiezione-lezione de L’Industriale, film drammatico di Giuliano Montaldo, realizzato in coproduzione con Torino e Regione Piemonte. Il tema è quello della crisi economica che sta colpendo grandi e piccoli imprenditori soprattutto nel Nord-Est dell’Italia. Ma  viene trattato anche un’ altra crisi: quella coniugale, per mostrare come da un lato le difficili condizioni economiche possano influire sugli aspetti personali delle persone ma anche come talvolta la crisi economica anziché a cause esterne sia dovuta al carattere di alcuni imprenditori.

L’industriale è Nicola Ranieri, interpretato da Pierfrancesco Favino, figlio di un operaio che, nel boom economico degli anni Sessanta, acquistò la fabbrica di pannelli fotovoltaici in cui lavorava  ma che ora con la gestione del figlio rischia il fallimento. Il film mette in scena le difficoltà nel trovare finanziatori, la banca che si rifiuta di fare prestiti all’imprenditore, la finanziaria che mira soltanto all’acquisizione della ditta e i compratori stranieri, tedeschi, poco propensi all’acquisto di una fabbrica in via di fallimento.

Ma la crisi ha effetti negativi anche sulla vita coniugale del protagonista, causando incomunicabilità fra lui e la moglie Laura (Carolina Crescentini), la quale trova nel garagista rumeno Gabriel (Eduard Gabia) un amico e confidente. Gabriel sarà poi accusato da Nicola di essere l’amante della moglie e finirà per essere ucciso da Nicola accidentalmente.

La scelta di proiettare un film che tratta un simile tema risulta di piena attualità, nonostante risalga al 2009. È il regista Montaldo stesso ad affermarlo:”Abbiamo iniziato nel 2009. Allora ho immaginato un maremoto, un vero maremoto che avrebbe investito l’industria. Ma non immaginavo che sarebbe successa questa crisi. Noi viviamo in un momento di crisi globale e volevamo raccontare cosa accade al proprietario di una piccola azienda del Nord-Est. Volevamo raccontare di un imprenditore che lavora per gli operai ma che non li conosce, non conosce le loro problematiche. “ Montaldo fa a questo proposito riferimento a Marchionne, che cede di agire per il bene della Fiat ma è totalmente estraneo alle problematiche dei suoi operai. “Marchionne non conosce le problematiche delle sue tute blu. I loro padri erano operai. Poi, nel momento del boom gli operai stessi hanno comprato queste fabbriche e ora i loro figli non riescono a mantenerle. Il personaggio del vecchio operaio nel film dice a riguardo una cosa fondamentale: ”Tu fai per te, noi per noi. Il tuo orgoglio.” Nicola agisce per gli operai ma è così brutale con loro.”

Al regista è stato chiesto se le banche sono state volutamente rappresentate come strozzini. “Nel film sono tutti sciacalli. Quello a cui le banche miravano era la firma della suocera, la ricca proprietaria terriera e produttrice di vino. Ma in periodi di debolezza come questo, le banche approfittano di questi momenti. Sono sciacalli, sono iene!”

Nel film si nota più volte il protagonista che non nasconde i propri sentimenti nei confronti del direttore della banca anche con un linguaggio verbale molto informale. Montaldo afferma: “Anche a me è capitato di mandare a quel paese il direttore della mia banca. Non mi ha parlato per mesi”

Riguardo al fatto che la sala cinema non era piena, Montaldo ha risposto mettendo in connessione anche questo elemento con gli effetti della modernità, della crisi e dei cambiamenti.

Non siamo molti. Sono abituato a questo tipo di impatto. Oggi c’è un po’ di rassegnazione, non si lotta più come in passato. I film funzionano quando c’è gente fuori che fa i capannelli e discutono, litigano. Oggi poi la copruduzione non c’è più. Quando preparavo Sacco e Vanzetti (altro famoso film diretto da Montaldo) il produttore era impazzito all’idea che in  Italia non si conoscesse il martirio di questi due uomini. Per girare questo film quest’estate ho fatto 23 città, per sostituire il lavoro non fatto dalla produzione. La gente per strada si accorgeva che quello che avevo appena annunciato si sarebbe avverato”. Si sta riferendo alla crisi economica.

Riguardo al fatto che la pellicola fosse in bianco e nero, fatto notare anche Franco Montini, Presidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, come mai è stata fatta questa scelta?Perché non usare i colori? “Perché non riesco a immaginare la crisi a colori. Non era possiblie nessun’altra rappresentazione. Abbiamo girato in sette settimane a Torino, al gelo.”

Le strade della città di Torino nel film erano spesso vuote. Come mai? La crisi significa anche vuoti, poco traffico. Abbiamo chiesto di svuotare la città. La gente era consapevole della crisi della grande industria e di tutto l’indotto. È dura toccare con mano la realtà come quella di Torino in cui il lavoro è la realtà.”

È stata una scelta precisa quella di non trattare il punto di vista degli operai ma quello di un industriale? “I film sulla classe operaia fatti in Italia, fatti nel mondo, sono pochissimi per paura di non rappresentare bene quel mondo. C’è pudore nel rappresentarla. Noi abbiamo voluto mostrare che la crisi non nasce solo nella fabbrica ma anche nell’orgoglio, in noi stessi, nella gelosia. Il segnale che fa capire a Nicola il tradimento della moglie è quando la vede ridere. Ridere insieme a Gabriel è il vero tradimento. Anche quello causa la crisi della fabbrica. Per me, nato a Genova, molto vicina al mondo operaio , quando mi dicono come mai non faccio un film su Genova. Io ho un pudore terribile perché conosco quegli operai.”

Nel film emerge anche la maturità superiore della moglie. “Lui è un ostinato. C’è da parte della suocera un certo razzismo nei confronti di Nicola perché è il figlio del boom economico degli anni Sessanta. Ma poi l’uomo vittima di razzismo, diveta razzista a sua volta, tanto da uccidere il rumeno, anche se è un incidente.” Il ragazzo rumeno è l’unico personaggio positivo, semplice e genuino del film. “Il film è stato pensato qualche anno fa in previsione di una crisi che poi si è avverata. Cercare l’attore è stato difficile. Il problema per i rumeni è la paura di essere identificati con i Rom. Noi parliamo di Mafia, loro hanno i Rom”

Lei ha sorvolato sulla crisi economica però rispetto a quella coniugale.

“La crisi economica si supera, quella famigliare no.”

Perché inserire il personaggio rumeno? Si poteva descrivere l’incomunicabilità anche senza di lui. “Serviva a lasciare il finale aperto, non troppo sdolcinato. Alla fine lui ottiene il finanziamento per la fabbrica. Ma il film è pieno di mascalzoni:le banche, la suocera, l’avvocato, la moglie che alla fine compra le azioni. Il rumeno è l’ultimo debito. Quando Nicola gli da 40mila euro per andarsene, Nicola quei soldi deve ridargli a chi glieli ha prestati. Questo è un finale aperto.” A proposito di Gabriel aggiunge:”Il rumeno, che nella vita è un ballerino, è la parte artistica. Lui è il buono, genuino, la magia in un ambiente di mascalzoni e di crisi”

Un’ultima osservazione sulla situazione attuale e riguardo ai giovani: ”Un conto è la crisi, un conto è la stupidità. Qua di stupidi è pieno. È la cultura che manca. Vedere che non c’è più co-produzione. Adesso tutto è racchiuso in pochi euro, nel triangolo delle Bermuda, Cinema-Medusa-Ministero. Siete voi che dovete cambiare le cose.”

Fonte foto

Silvia Pasquinelli

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