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Nepotismo alla Sapienza: ancora parenti nei posti di comando.

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Quando il ministro Cancellieri qualche mese fa fece discutere affermando che i giovani desiderano avere un posto fisso per restare “vicino a mamma e papà”, forse non è andata molto lontana della realtà, almeno quella dei raccomandati. Dopo il caso della figlia del ministro del Lavoro Elsa Fornero infatti, professore associato alla Facoltà di Medicina dell’Università di Torino, l’università di mamma e papà, ecco spuntare l’ennesima parentopoli alla Sapienza di Roma.

Il rettore dell’università Luigi Frati, professore ordinario di Patologia Generale e preside della facoltà di Medicina è stato nuovamente chiamato in causa riguardo ad un caso di nepotismo. Già nel 2007 infatti il settimanale L’Espresso aveva svolto un’inchiesta riguardo al rettore, dedito al nepotismo alla Sapienza e all’assunzione indiscriminata di moglie e figli che per questo motivo era stato soprannominato Baron Frati.

Questa volta è stato aperto un fascicolo anche dalla Procura di Roma, relativo all’ennesima assunzione di Giacomo Frati, figlio del rettore. Dopo l’assunzione come docenti della moglie Luciana Rita Angeletti e della figlia Paola Frati nella facoltà di Medicina, ancora una volta un figlio sistemato questa volta al Policlinico Umberto I.

Giacomo Frati era già finito al centro delle polemiche quando nel 2010 aveva vinto un concorso per il settore Scienze Mediche Applicate alla Sapienza, nella facoltà del padre e dove già lavorava come professore associato, venendo da più parti accusato di essere stato raccomandato. Questa volta si tratterebbe di un fatto ancor più grave, dal momento che al Policlinico sarebbe stato creato un reparto apposito per Frati junior, frammentando il reparto di Cardiochirurgia.

Al di là dei fatti giudiziari dei singoli, questo nepotismo dilagante nelle università italiane non può che danneggiare l’immagine degli atenei nostrani nel mondo. La Sapienza, la più grande università d’Europa con circa 143 mila studenti, si colloca in fondo alla classifica nel mondo come qualità, secondo i dati forniti dall’Academic Ranking of World Universities.

Non soltanto l’immagine degli atenei ne risulta danneggiata, ma nuoce anche ai ricercatori italiani meritevoli costretti a lasciare il proprio paese perché si vedono usurpati del proprio posto di lavoro da raccomandati generalmente senza alcun merito e dalle dubbie competenze. Le raccomandazioni sono infatti una se non la principale causa di fuga dei ricercatori italiani all’estero, dove non vi è rischio di partecipare a concorsi truccati.

Ma quello della Sapienza non è purtroppo un caso isolato. Non è raro infatti in molte università italiane, incorrere in docenti o ricercatori figli di altri docenti che lavorano non soltanto nella stessa università, bensì nella stessa facoltà e in molti casi persino nello stesso dipartimento. In diversi casi la parentopoli è talmente palese che se ne accorgono persino gli studenti, specialmente quando più insegnanti o assistenti hanno gli stessi cognomi.

A questo proposito è stato creato nell’agosto 2011 da Stefano Allesina della Chicago University, un programma per la ricerca statistica delle facoltà con la maggiore probabilità di nepotismo, sulla base di criteri molto semplici come i cognomi ricorrenti di docenti in uno stesso ateneo. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica PLoS ONE dal titolo Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia e dimostra come la sistemazione di parenti sia un fenomeno diffuso da nord a sud e riguardante sia università statali che private.

Una piaga talmente diffusa in Italia da divenire persino oggetto di studio.

Il problema risiede non tanto nella difficoltà a scoprire i casi di nepotismo, quanto nella tendenza generalizzata ad accettare il problema. Trattandosi di un sistema radicato in moltissimi ambiti lavorativi, vi è un sentimento in parte di omertà dalle persone che lavorano in ambiente universitario e che sono testimoni di un simile fenomeno. Contemporaneamente si avverte un sentimento di rassegnazione sia da parte di chi è vittima di questo malcostume che dalla società civile, l’unica potenzialmente in grado di cambiare lo status quo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Silvia Pasquinelli  

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